mercoledì 16 luglio 2014

"Qualcosa che rimane," di Paola Bidinelli

Fonte: Lds.org

Una storia breve di Paola Bidinelli.

Non riesco più a pensare. Da diverso tempo ogni minimo impegno della giornata mi pende addosso con un peso insostenibile e sento di andare avanti trascinandomi a fatica. Come é potuto succedere? Non faccio che ripetermelo ovunque mi trovi. È il mio chiodo fisso e certe volte temo di non accorgermi di parlare ad alta voce con me stessa, perché le persone prendono a guardarmi in modo strano.

Io e Caterina siamo state sempre perfette. Da quando è nata è la mia luce. Vivo per lei cercando in tutti i modi di compensare quel vuoto che nessuno mai le potrà colmare: l’assenza di suo padre. Francesco ci ha lasciate non appena quello che più contava nella sua vita si è concretizzato: un lavoro dirigenziale in un’ importante azienda del nord. Per lui, meridionale di tante generazioni, il nord è sempre stato un miraggio e ogni volta che ne ha parlato qualcosa nelle sue parole ha lasciato trasparire un bisogno di allontanarsi da tutto ciò che è stata la sua vita al di qua del grande salto.

«La provincia e la sua gente ti inghiotte» ha detto sempre. Così è stato. Per non lasciarsi inghiottire, ci ha lasciate quando Caterina aveva solo due mesi ed io, da quel giorno, insieme alla pesante responsabilità di dovermi occupare concretamente di mia figlia, ho cominciato a nutrire un tremendo rancore per quell’uomo che ho tanto inutilmente amato e che non ha mai voluto sposarmi.

Gli anni trascorsi pensando solo e unicamente ai bisogni di Caterina, hanno annullato qualsiasi mia esigenza e pur di dimostrare, a quanti hanno criticato malignamente la mia situazione, che sono stata all’altezza del mio compito di ragazza-madre, ho affrontato ogni genere di difficoltà. Tuttavia mi hanno resa vulnerabile e insicura. Ho lavorato dovunque, con orari spesso disumani, accettando le condizioni più scomode, pur di guadagnare quel tanto che mi permettesse di tenermi mia figlia, non potendo contare sull’aiuto di nessuno. Se ripenso a quelle giornate qualche volta mi assale il terrore per quelle poche ore della notte in cui sono stata costretta a lasciare Caterina da sola in casa, con la paura che si svegliasse e che le succedesse qualcosa, per poi arrivare giusto in tempo per portarla all’asilo.

Ho avuto fortuna perché non è mai accaduto niente, ma l’ansia e la paura accumulate nel tempo mi hanno resa fragile e inquieta. Diversamente che dal periodo spensierato della sua infanzia, oggi, che ha diciassette anni, Caterina è una ragazza introversa e poco socievole. A scuola i professori mi informano che questa sua indole chiusa condiziona negativamente anche il suo rendimento scolastico. È terribilmente timida e facilmente emozionabile. Io tento di spronarla, di rassicurarla e di stimolarla a prendere iniziative, ma mi rendo conto che le mie premure continue finiscono per accentuarle il disagio. L’altro giorno inaspettatamente, uscendo dalla sua introversione, Caterina ha affrontato per la prima volta il discorso su suo padre. Evidentemente anche lei non fa che rimuovere questo dolore senza riuscire ad elaborare una spiegazione plausibile per sé e per gli altri con i quali deve confrontarsi quotidianamente e volendo difendersi dalla vergogna si chiude. Ma questa volta vuole delle spiegazioni e le vuole da me in modo insolitamente determinato.

« Mamma, è ora di smetterla. Guardati allo specchio e dimmi che cosa vedi, oppure guarda me e dimmi che cosa vedi. Io vedo una donna spenta che non ha desideri e qui davanti a lei, una ragazza insicura, goffa ed emarginata. Non vorresti qualcos’altro? Bé, io si.»

Le sue parole mi colpiscono come una freccia. Con una semplice frase, Caterina rimescola improvvisamente il fondo paludoso della mia vita, facendo riemergere anni di solitudine, di rinunce e di frustrazioni. È come se mi dicesse: Hai sbagliato tutto, e forse ha ragione. Aspetto che finisca e guardandola negli occhi le dico: «Tu non sei felice, vero? Io non so darti quello di cui hai veramente bisogno e ne avresti pieno diritto.»

« Io non voglio essere come te, mamma. C’è troppa sofferenza qui» e scappa via nella sua camera, lasciandomi sola in cucina trafitta da parole che non vorrei mai sentire: Non come te.

Caterina è quasi una donna. Il fatto che non mi abbia mai parlato delle sue preoccupazioni non vuol dire che non ne abbia. Per quanto in tutti questi anni abbia fatto di tutto per preservarla dal dolore, adesso è chiaro che anche lei sta soffrendo. E per me è un’amara sconfitta. Darei tutto affinché la sua vita non sia scialba come la mia, ma il fatto che non abbia trovato per me neanche una parola dolce di comprensione, mi lascia inquieta e ferita. La raggiungo nella sua camera e busso alla sua porta. «Entra» mi dice. È alla finestra con il suo peluche preferito tra le braccia. Tento di accarezzarla, ma lei si ritrae e va a sedersi sul letto. Mi sento umiliata.

« Non ho scelto io questa vita. Tu mi hai cresciuta, ma non basta. Io ho bisogno di altro, mi manca qualcosa» mi parla con un tono di rimprovero. Provo a dirle sommessamente per giustificarmi: «Ti avrei dato il massimo di tutto, ma mi sono trovata così sola al mondo che mi sono aggrappata all’unica ragione della mia vita. Quella ragione eri e sei tu.»

«Vedi, è proprio questo il problema. Mi segui, mi chiedi, mi controlli in tutto quello che faccio al punto che mi fai sentire un’ incapace a gestire anche le cose più stupide della mia giornata, tanto ci sei tu che corri sempre a risolverle. Non hai mai avuto un uomo vicino, uno che ti distraesse un po’ da me. Che ne è stato di mio padre? Perché non è qui? Se ne avessi avuto uno tu saresti stata diversa. Ma evidentemente hai pensato di farcela da sola. E adesso forse è troppo tardi. Puoi dirmi la verità, mamma, io sono grande.»

Non so se si renda veramente conto di quello che mi dice, ma il suo atteggiamento è così inesorabile da lasciarmi intendere che lo abbia proprio maturato nel tempo. Con quest’ultima frase ho la terribile sensazione che Caterina richiuderà il suo cuore senza darmi più il permesso di incontrarla.

Ancora continuo a chiedermi perché non ha comprensione per le mie difficoltà e vede solo le cose negative senza ricordare i tanti momenti che abbiamo trascorso insieme sempre vicine, sempre unite, complici nella sorte, almeno fin quando è stata unaragazzina. Benché abbia un peso enorme sul cuore cerco di adeguarmi alle sue nuove esigenze, ma mi rendo conto che se prima sono stata sempre io a cercare un dialogo che ci avvicinasse in qualche modo, ora lei fugge il contatto staccandosi sempre più da me. Decido di lasciarle più autonomia, ma continuo a sentirmi triste. Il suo rendimento a scuola sta migliorando e anche i suoi rapporti di amicizia.

«Sono felice per te» continuo a ripeterle, ma avverto la brutta sensazione che solo facendomi da parte le dó la possibilità di realizzarsi. Il mio destino si ripete. È stato così fin da bambina. Non facendo mai capricci, i miei genitori hanno sempre pensato di accontentare mio fratello che è stato, come dicevano loro, difficile, ma che per me è solo un prepotente. Poi ho rinunciato a continuare i miei studi all’università per lavorare e dare una mano in famiglia. Ho rinunciato all’unico amore della mia vita perché non ho fatto nulla per riconquistarlo. Ho rinunciato e sto ancora rinunciando a me stessa per allevare mia figlia affinché non le manchi niente e adesso, rischio di perdere anche lei che non ha più bisogno di me. Mi sovrasta il buio dei sensi di colpa, delle incertezze e dei rancori.

È quasi sera. Caterina non è ancora rientrata. L’aspetto sul divano e intanto sfoglio l’album delle fotografie. Tra le tante, ne trovo una bellissima di Caterina che ride felice mentre io mi trucco da clown per la festa di Carnevale. Le sue guance paffute risvegliano di scatto i miei sensi assopiti. In un attimo velocissimo ripercorro la mia vita e mi accorgo di stare ancora a ripetere l’errore di sempre: quello di pensare che
qualcuno al di fuori di me debba capirmi e accettarmi come sono anziché riscattarmi da sola mostrando di me il lato migliore, quello che mia figlia mi chiede ormai da tempo: essere finalmente viva.

Quel mio sentirmi inutile, per anni e anni, fallita, svuotata di tutto, così impotente di fronte alla vita che mi ha sempre tolto qualcosa, senza mai regalarmi niente da tenere stretto e da amare con tutta me stessa, ora non ha più senso se riesco a dimostrare che ho ancora qualcosa di bello da condividere con lei e con gli altri.

Oggi è il giorno del mio 43esimo compleanno e sono sola. Caterina rientra tardi e prima di andare a dormire passa a baciarmi la fronte: «Auguri, mamma.» Il suo gesto inaspettato in questo clima di tensione mi riscalda il cuore. Alzandomi dal divano sento l’istinto di fare quello che da tempo non ho più fatto: guardarmi allo specchio.

Caterina ha ragione. I miei occhi sono opachi, i capelli secchi, il colorito spento. Mi passo la mano sul viso come per recuperare qualcosa del passato e mi rendo conto che del passato vale conservare soltanto il nostro amore e il brillare delle nostre anime. Adesso sono certa di voler ritrovare me stessa e tornare a riabbracciare mia figlia.

Caterina sta dormendo. Mi assale una smania febbrile di recuperare il tempo perduto; vorrei riprendermi tutta la vita sciupata con la velocità di un battito di ciglia affinché lei svegliandosi possa trovarmi finalmente diversa. Il pendolo sta suonando la mezzanotte. Il sonno non arriva, ma andrò a dormire lo stesso pensando a quello che farò domani: mi prenderò una giornata libera dal lavoro per riordinare le mie idee.

Farò una doccia, mi vestirò con colori vivaci, mi truccherò, andrò dal parrucchiere e girerò per il centro a fare acquisti e a comprare nuovi abiti per me, regali per Caterina, nuove cose per la nostra casa. Poi passerò in palestra e mi iscriverò ai corsi serali di yoga. Mangerò in un ristorante sul mare e farò una passeggiata sulla spiaggia assaporando quel nuovo senso di pienezza dentro le mie vene. Rincaserò nel pomeriggio carica di pacchi che depositerò sul tappeto dell’ingresso. Caterina rimarrà sorpresa mentre, piena di vitalità, le mostrerò tutti i miei acquisti. Trascorreremo l’intera serata ad aprire scatole e confezioni, a provare vestiti, a riordinare i cassetti e a liberarci dell’inutile e dell’inusato. A sera mi sentirò leggera e rinnovata. Sul divano, a lume di candela e con una musica lieve, ripenserò al suo sorriso ritrovato, uguale a quello della foto e mi addormenterò pensando che la mia luce non potrà mai più spegnersi.


Paola Bidinelli. "Alla base del mio essere scrittrice c'è il valore centrale della famiglia da cui traggo costante ispirazione e motivazione. Senza di essa il mio talento e la mia missione non sarebbero veramente completi. Credo nella responsabilità etica dello scrittore e di ciò che comunica con un libro. Amo viaggiare perché mi arricchisce e sono grata per questa possibilità." Potete trovare i suoi progetti sulla pagina facebook “I percorsi delle mani” e su www.artsofgospel.com.

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